Ma l’estetica del suono è solo un fatto di abitudine?

L’elettronica ci ha abituato a strumenti sempre nuovi e quindi a suoni sempre diversi: fin dagli anni ’60 la comparsa di nuovi synth, processori, campionatori ha immesso sul mercato nuovi timbri e quindi nuove opportunità per il musicista. I pionieri hanno immediatamente colto queste opportunità e da Wendy Carlos ai Pink Floyd, dai Kraftwerk agli Orbital, da Trevor Horn a Skrillex è stato tutto un fiorire di nuove estetiche sonore. Oggi però il progresso sonoro sembra aver rallentato la sua corsa e mentre sono moltissimi i nuovi prodotti che si rifanno al passato, sono invece pochi quelli che innovano radicalmente.

Cos’è successo? Perché siamo pieni di nuovi synth analogici che si rifanno al Minimoog e compressori che si riagganciano ai progetti degli anni ’60,  e mancano invece prodotti visionari che furono ai loro tempi il Roland V-Synth o l’Empirical Labs Distressor? Le risposte sono molteplici, ma una cosa è chiara: 50 anni di rock’n’roll hanno cristallizzato un ben determinato suono nella nostra cultura: i Pink Floyd facevano Arnold Lane nel 1967, ma un ragazzo di vent’anni che non li conosce potrebbe scambiarli per un gruppo di brit-pop del 2014, tanto certi dischi odierni si rifanno sfacciatamente a quei suoni.

Dall’altra sponda dell’oceano è certamente impossibile non tener conto dell’influenza sonora che hanno esercitato Black Keys e Jack White, con le loro scelte timbriche vintage e lo-fi, sul gusto sonoro dei teen-ager americani. E nella dance, o almeno in certa dance, la situazione è ancora peggiore: la musica commerciale da discoteca è uno dei generi più conservatori che esistano, la gente in pista si blocca se sente suoni “alieni” ai quali non è abituata. E allora i producer non rischiano, e per certi tipi di produzioni è semplicemente indispensabile usare il trittico 303/808/909, impostosi in maniera granitica nella house e poi nella techno a cavallo tra ’80 e ’90.

Sono solo esempi. Esempi che ci fanno capire come certa estetica sonora si sia codificata nei generi e oggi sia il motore che spinge la rincorsa a certi strumenti, originali del passato o riedizioni contemporanee che siano. Ma allora è tutto perduto? No, certamente no. Intanto perché le macchine vanno usate con creatività, se è vero che con un Minimoog ci puoi fare non unicamente il solo di “Impressioni di settembre” ma anche un basso electro-funky o un wobble da dubstep. E poi perché mode nuove, tendenze inedite comunque esistono. Pensiamo per esempio alla distorsione: quella valvolare un tempo era considerata l’unica “buona” e quella zanzarosa dei transistor o peggio quella involontaria e disgustosa del digitale sovramodulato erano considerate “cattive”. Ma poi sono arrivati i generi Industrial e il suono del digitale saturato è diventato moda, estetica, riferimento.

La conclusione? È semplice: noi musicisti abbiamo il “dovere morale” di confrontarci sempre con nuovi strumenti e con nuovi metodi di impiegare quelli vecchi. Dobbiamo sforzarci di mantenere da un lato i piedi ben saldi nella tradizione sonora e dall’altro di non smettere di sperimentare mai.

[Fonte: Giulio Curiel
http://www.suoniestrumenti.it/blog/unitsofsound/post/ma_lestetica_del_suono_e_solo_un_fatto_di_abitudine]
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